creazione
collettiva a cura della Compagnia Laboratorio-Studio Teatro Metèco
Il
lavoro dei ragazzi ha due chiari riferimenti al sapere, “…saprete tutto
quel che riuscirete a sapere…” “…ognuno dà quello che sa dare…”,
dove nel primo caso ci si rivolge chiaramente agli spettatori e nel secondo
invece, agli stessi attori o poetattori, e sono loro quelli che più si
misurano con questa ricerca del sapere.
Durante
le prove, mentre li vedevo lavorare, ho avuto, più di una volta,
l’impressione di trovarmi di fronte a dei bambini. Come i bambini loro giocano
e si divertono nel farlo, ma come i bambini non sanno esattamente cos’è quel
loro gioco, e soprattutto perché hanno sempre voglia di giocare, a loro, ai
bambini, basta il divertimento che nasce dal gioco, tutto qua. Come i bambini,
questi giovani aspiranti attori, si affacciano a qualcosa d’importante, molto
più grande di loro, ma con l’ingenuità e l’incoscienza, di chi ha poco
tempo, dietro quelle gracili spalle, ma millenni di storia nel sangue e nella
carne.
E
come in un gioco infantile, questi ragazzi nella loro creazione collettiva hanno
saputo mischiare Sacro e Profano, ovvero Shakespeare ai testi scritti da loro.
Sacro e Profano che si mischiano e caratterizzano quelle feste popolari
diffusissime nella nostra Italia soprattutto in estate, quando il clima è mite,
e le notti sembrano essere lì solo per accompagnarci nei sogni. Sacro e Profano
che si mischiano nel “Sogno di una notte di mezz’estate” di
Shakespeare, tra gli artigiani-aspirantiattori ed il Re e la Regina delle fate,
tra il linguaggio poetico dei giovani innamorati e quello basso degli
artigiani, tra il mondo di sogno del bosco e quello rigido ed inquadrato della
corte.
“
Il Sogno…”, titolo
ricercato a lungo, gode di una straordinaria eruzione di poesia, che mi è
piaciuta definire, imbarazzante. Imbarazzo, è proprio questo il sentimento che
mi è capitato di provare spesso, di fronte al lavoro dei ragazzi. Imbarazzo
come di fronte ad un corpo nudo, imbarazzo come di fronte ad un uomo che piange,
imbarazzo come di fronte a due giovani che si baciano. In questi giorni, la loro
maggiore preoccupazione, è stata il pubblico. Potrebbe non capire, dicono. Io
penso che se potessero vedere da fuori il loro lavoro, la penserebbero
diversamente. La poesia d’undici giovani, poi, con il tempo, diventati nove,
che scaturisce dalla loro voglia di vivere nella poesia, in quel mondo dove non
tutto è esattamente come lo vedi, dove le emozioni sono vere emozioni, e dove i
brividi ti fanno sul serio accapponare la pelle, e potresti finalmente piangere
senza bisogno di un buio che ti protegga, questa poesia non la si può
discutere. Non la si può giudicare in nessun modo, perché non ci sono
parametri per farlo. Ed allora come Pietro Zeppa, capocomico di quella
sgangherata compagnia di artigiani-aspirantiattori, introdusse la Tragedia di
Piramo e Tisbe al Duca Teseo ed i suoi invitati, così abbiamo inteso iniziare
anche noi il nostro lavoro…
“…saprete
tutto quel che riuscirete a sapere…”
Questo
era quanto scrivevo esattamente quattro mesi fa per presentare la dimostrazione
aperta del nostro lavoro. Sono passati quattro mesi, nei quali ci siamo
riposati, rinfrancati ed abbiamo ricominciato, questa volta facendo sul serio.
Non più tra le mura consolatorie dello Spazio-Studio di Via dei Marsi, ma
finalmente in un Teatro. Qualcosa è cambiato, qualcuno non c’è più, qualcun
altro è tornato a far parte del gruppo. Questo straordinario ed unico drappello
di giovani attori, che in tutto questo tempo mi ha fatto arrabbiare, urlare,
sbraitare. Ma che allo stesso tempo è riuscito a donarmi delle emozioni, figlie
della poesia che appartiene agli uomini, e che da millenni è riproposta, in
quel cerimoniale collettivo, che noi usiamo chiamare Teatro. Voglio ringraziarli
pubblicamente, in questa sede, perché mi hanno permesso di crescere, e donato
forza alle mie idee, che stentano ancora a trovare la limpidezza di cui
avrebbero bisogno.